Un progetto etico che unisce ricerca scientifica, agricoltura consapevole e filiera corta per salvare la biodiversità del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Tra paesaggi montani e una biodiversità straordinaria, riconosciuta anche dall’UNESCO come “Riserva di Biosfera”, sorge l’EcoMuseo della Valle delle Orchidee e delle Antiche Coltivazioni di Sassano: un luogo che non è un museo tradizionale, ma un territorio “vivente” che custodisce, studia e tramanda un patrimonio agricolo, botanico e culturale unico.
A guidare questa realtà è la cooperativa “Al Casale” che, insieme a una rete di coltivatori custodi e grazie alla collaborazione con figure visionarie come Paolo De Simone, patron dei brand Modus Milano e Storie di Pane, porta avanti un progetto di salvaguardia degli ecotipi locali: cereali, legumi, frutti e ortaggi che rischierebbero di scomparire a favore degli ibridi moderni, ma che qui continuano a vivere nei “campi catalogo” e nei paesaggi a ridosso del Monte Cervati, nel Vallo di Diano, la vetta più alta della Campania e polmone verde dell’Area Parco. Un lavoro che non è solo ricerca scientifica o conservazione genetica, ma un autentico atto di tutela dell’identità di un territorio, dei suoi paesaggi, delle sue popolazioni e delle rispettive tradizioni, come la Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
A raccontare questo progetto, il suo valore culturale ed ecologico e la rete che lo sostiene, è il direttore dell’Ecomuseo Riccardo Di Novella, naturalista e agronomo, figura di riferimento del progetto ecomuseale e delle iniziative di tutela del germoplasma locale.

Direttore Di Novella di cosa si occupa l’EcoMuseo che dirige?
“L’EcoMuseo si fonda sull’attività di un nucleo di persone del luogo che si occupa di studiare, tutelare e divulgare la memoria di una comunità e il suo rapporto storico e attuale con le risorse ambientali di quel dato territorio. La mia storia familiare è da sempre legata allo studio e alla divulgazione della biodiversità: mio padre prima di me, e poi io stesso, ci siamo dedicati allo studio e alla tutela della flora spontanea presente su tutto il territorio del Parco. Fu mio padre, quarant’anni fa, a rendersi conto che non erano solo le piante spontanee a rischiare l’estinzione, ma soprattutto le varietà coltivate locali. Così avviò un importante lavoro di censimento, salvaguardia e recupero degli ecotipi locali: dalle varietà frutticole a quelle cerealicole e orticole”.
Come si è evoluto negli anni questo lavoro?
“Dal 2014, l’Ente Parco ha creato, sulla base di questo lavoro, una propria rete di Seed Savers, cioè coltivatori custodi. Terminato il supporto del Parco, noi abbiamo continuato questo percorso con il progetto “Agroruràl – la filiera della biodiversità”: non una filiera nata per fare business, ma per tutelare gli organismi vegetali e sottrarli all’erosione genetica. Abbiamo avviato una banca semi per la conservazione ex situ e, nel contempo, abbiamo creato un progetto di conservazione in situ, grazie ad un gruppo di coltivatori custodi”.
Perché è così importante continuare a coltivare questi semi nei luoghi d’origine?
“Perché togliere un organismo dal suo contesto evolutivo e tenerlo in un frigorifero non basta. È fondamentale che continui a vivere nei luoghi dove si è adattato nei secoli ed è ancora più importante che a tenerlo in vita siano gli stessi coltivatori che prima delle università e prima degli enti di ricerca, hanno salvato quegli organismi che la moderna agricoltura voleva soppiantare. Infatti, i coltivatori custodi li continuano a coltivare anche se da un punto di vista produttivo non sono redditizi come le varietà moderne”.
Come funziona concretamente il progetto Agroruràl?
“È una filiera cerealicola cortissima: i coltivatori custodi provvedono alle fasi agricolturali e il Molino Trezza di Teggiano a quelle di molitura a pietra, secondo i criteri disposti dall’EcoMuseo, il più fedelmente possibile ai canoni degli ingredienti della Dieta Mediterranea studiata da Ancel Keys. Produciamo una farina di grani duri, una di grani teneri, una di Jurmàno, la nostra antica segale, e una di granturco bianco. Quantità piccole, ma di grande valore identitario”.
Ed è qui che entra in gioco Paolo De Simone, figura chiave di questa filiera virtuosa.
“Sì, Paolo ha compreso davvero il senso del nostro lavoro: non lo facciamo per arricchirci, ma per salvare i semi, tutelare le varietà locali e dare dignità a chi le coltiva. Una scelta che non è solo economica, ma culturale e profondamente etica. De Simone, infatti, acquista le farine ricavate da queste antiche cultivar pagando prezzi ben superiori a quelli di mercato. Così, anziché i soliti 20 – 30 euro a quintale, nel migliore dei casi, i coltivatori ricevono un compenso che ripaga il loro impegno, le difficoltà tecniche dovute alle aree remote di coltivazione, il tempo e la passione dedicati a coltivazioni spesso più fragili, ma di straordinario valore storico e nutrizionale. Queste stesse farine, ricche di storia e biodiversità, vengono poi utilizzate nel suo progetto gastronomico Modus Milano, dove diventano pane, pizze e prodotti da forno che raccontano un territorio attraverso il gusto, la fragranza e la qualità”.

Una filiera che non punta sulla quantità, ma sulla qualità…
“Sì, punta sulla memoria e sul futuro insieme. Ed è grazie a questa visione condivisa con Paolo De Simone che il progetto va avanti da quasi dieci anni, diventando un esempio concreto di come tradizione, biodiversità e impresa possano convivere, sostenendosi a vicenda. In fondo quello che facciamo non è solo agricoltura, è un gesto di resistenza culturale e civile. Paolo lo ha capito prima di tanti altri: senza la giusta valorizzazione economica, questi semi sparirebbero. E con loro, un pezzo della nostra identità”.
Quindi il progetto ha più finalità etiche che economiche?
“Assolutamente sì. Il nostro obiettivo è tutelare la biodiversità, sostenere i coltivatori custodi che spesso non sono nemmeno vere aziende agricole, mantenere vive le tradizioni colturali locali e contrastare lo spopolamento e il dissesto idrogeologico. È un progetto che ha effetti positivi su tutto il territorio perché quello che facciamo non è solo agricoltura: è un gesto di resistenza culturale e civile cosa che Paolo De Simone ha capito prima di tanti altri. Senza la giusta valorizzazione economica, questi semi sparirebbero e con loro un pezzo della nostra identità”.
Le coltivazioni sono tutte in area parco?
“Tutti i campi collezione sono in Area Parco, molti di essi addirittura in Area B, dove ci sono vincoli importanti anche sull’introduzione di ecotipi alloctoni o sostanze nocive: parliamo di un’agricoltura che va oltre il biologico”.
Un progetto in stretta connessione con la Dieta Mediterranea?
“Certamente, la Dieta Mediterranea non è solo un elenco di cibi acquistabile in qualsiasi supermercato. E’ innanzitutto, uno stile di vita e dal punto di vista strettamente alimentare è un regime codificato su alimenti che, negli anni 50-60, erano di consumo comune e facile reperibilità. Alimenti coltivati o raccolti direttamente nella nostra natura, dunque frutto di un territorio, ma anche di una conoscenza e di un “saper fare” locale che il fisiologo americano Ancel Keys, padre dello Studio, decise di osservare da vicino trasferendosi nel Cilento. Perdere quelle conoscenze, quegli alimenti e, dunque, quei semi vorrebbe dire perdere la Dieta Mediterranea. Paolo De Simone, da Ambasciatore della Dieta Mediterranea, sposa perfettamente questa filosofia”.
Dunque, un legame viscerale con il territorio e la sua vegetazione…
“Sì, non siamo un museo tradizionale in un immobile, ma un territorio aperto che vive e che trova la sua chiave di Volta nella vegetazione: una risorsa fondamentale per la nostra alimentazione, la medicina, la cosmesi e l’artigianato. Un terzo della flora italiana la troviamo in questa piccola porzione di territorio e di questa ben 57 endemismi richiamano gli appassionati da ogni parte d’Europa. Un luogo unico e che vale la pena di essere la meta primaverile di un vostro viaggio”.
